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Nell’accostarsi
al mondo del melodramma, le marionette non sono soltanto interpreti
diversi dai cantanti in carne ed ossa, esse sono un linguaggio
particolare, un mondo costruito da convenzioni, da archetipi, da finalità
estetiche e filosofiche assai complesse. Nel loro sostituirsi agli
esseri umani gli oggetti-attori rovesciano i termini della
“cerimonia” teatrale: non imitazione del gesto dell’uomo e della
sua fisicità ma simbolo di una realtà metafisica, indizio di forma
fluttuante che prende vita attraverso la poesia della materia. Con il
movimento le marionette recano la sorpresa, l’illusione e la magia.
Chiedono la complicità e l’abbandono. Promettono il sogno. Non sembri
pertanto azzardato pensare che l’umiltà e la purezza di “oggetti”
teatrali come le marionette, così emblematiche, metaforiche, al di là
di ogni realtà fisica, divengano “l’intelligenza visiva” di
grandi opere teatrali. Nella Storia delle marionette, antica quanto
universale, in più di una situazione esse furono strumenti di
“lettura” equilibrata di grandi eventi. E là dove musica, gesto,
parola, luogo ed azione sono inscindibilmente teatro, vive un grande
evento. Oggi come allora.
Antiche
superstizioni, timori ancestrali, visioni spaventose aleggiano fra tetre
mura e annose pietre, fra arcate gotiche e vessilli guerrieri, fra
dirupi e abituri ove echeggiano canti gitani e predizioni di sventura.
Nelle note della musica verdiana tutto questo si trasforma in eco
costante che fa da sfondo alla tragica storia d’amore di Manrico e
Leonora, alla forsennata gelosia del Conte di Luna, al convulso delirio
di Azucena che insegue la vendetta. Il compito affidato alle marionette
non è, però, quello di far rivivere le travolgenti emozioni che
romanze, duetti e concertati restituiscono pienamente. Ma è del loro
teatro, che è popolare, trasformare in situazioni visive l’atmosfera
che le celebri melodie tratteggiano con mirabili pennellate cariche di
pathos, sia che si tratti delle paure dei famigli, dell’incombente
tragedia che sovrasta i protagonisti, delle visioni spettrali della
zingara.
Le
masse! Zingari, guerrieri, dame, frati, suore, ed armati. Peculiarità
dello spettacolo marionettistico che, appresa la lezione dal Grand Opéra,
la ridimensiona al piccolo palcoscenico e la trasforma nella cifra cui
la sapienza della tradizione marionettistica ha, con mano sicura, dato
origine. Eccoli apparire all’orizzonte, lontani e minuscoli, e poi
divenire sempre più grandi man mano che si avvicinano al proscenio:
gioco perverso di prospettive e di taglie differenti, negato ai
“comuni” mortali.
Sleale
ma simpatica concorrenza ai teatri lirici i cui attori, per citare
Kleist, “si alzano in volo ma devono pur sempre tornare con i piedi a
terra”.
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