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LA SERENATA DI PIERROT
Lo spettacolo “La serenata di
Pierrot” nasce nell’anno 1900. La Carlo Colla e Figli, da alcuni
anni, è formazione stabile al Teatro San Giovanni di Parma e riporta
grande successo di critica e di pubblico. Dopo sei anni entrerà a
Teatro Gerolamo di Milano per restarvi come unico teatro stabile della
città insieme al Teatro alla Scala. Carlo II Colla affronta, dopo il
ballo storico “Cristoforo Colombo” del 1896, il mimodramma a
cavaliere fra il balletto e la fiaba. Senza dubbio trattasi di una
azione coreografica fantastica che si ispira, paradossalmente, ad un
fatto di cronaca accaduto in Napoli agli albori del XIX secolo.
Protagonista è il personaggio di Pierrot palesemente in contraddizione
con il “pennacchio” del Vesuvio e le vedute di Posillipo, Mergellina
e Piedigrotta, con le mandolinate, con le tarantelle e le guapperie.
Certamente la vena drammaturgica dell’autore, più ispirata a
dominanti poetiche, non voleva prendere in considerazione il
napoletanissimo Pulcinella per le tematiche che lo connotano: la fame,
la poltroneria, l’essere “mariuolo” e via dicendo. Per di più il
personaggio si identificava con il suono della “pivetta” e con
immagini assolutamente da baracca delle guarrattelle poco rispondenti
alle metafore che caratterizzano il mondo delle marionette, in
particolare quelle di questa formazione.
Su linee parallele si muovono due elementi ugualmente scatenanti per il
mondo delle teste di legno e, apparentemente, contraddittori: un tentato
omicidio e una favola; cioè a dire la cronaca ed i moti dello spirito.
E se il primo si lega, di fatto, al mondo della violenza perpetrata ai
danni dell’eroe protagonista come la drammaturgia marionettistica
prevede da sempre (e, come sempre, qui trattasi di violenza compiuta da
un rivale in amore), il secondo disegna con crescente fascinazione le
linee che legano la vita concreta (Pierrot è pescatore) con la
dimensione onirica che scaturisce proprio da tale concretezza.
E’ certo che nessun altro spettacolo del repertorio presenta una trama
non soltanto ricca di espedienti da gran teatro, come, ad esempio, i
“cartelli” che appaiono in sostituzione del dialogo, o la serenata
notturna, o l’inserimento di musica popolare napoletana nella festa
finale, ma assolutamente dicotomica fra il mondo della realtà e quello
fantastico: da una parte uomini e donne (di legno, si intende!) in abiti
di età giacobina ancorati alla vita di tutti i giorni e ai sentimenti
che la dominano; dall’altra lo spazio sconfinato del prodigioso noto
solo al protagonista ed ignorato da tutti gli altri interpreti, persino
dalla fanciulla amata, che, comunque, rimane simbolicamente benefico e
trionfante dopo aver espletato l’antico ruolo di Deus ex machina.
Due aneddoti interessanti legati a questo spettacolo sono divenuti,
ormai, cronaca, sospesi fra realtà e magia: le anziane cugine Colla,
figlie dell’autore, raccontano che la nonna Teresa, la terribile “Granda”,
come veniva chiamata sottovoce in famiglia da nuore e nipoti,
abbandonasse in segno di disapprovazione il palcoscenico ad ogni replica
dello spettacolo poiché assolutamente contraria al fatto che venisse
compiuto un delitto sulla scena; lei che proveniva da una sfera
culturale marionettistica dove i drammoni rappresentati trattavano di
tentati stupri, macchinazioni orrende, delitti infami, vendette
sanguinose. Ma, come ci insegna ogni antico Messaggero di tragedia
greca, il narrare sulla scena quanto è avvenuto fra le quinte è opera
di poesia.
Il secondo aneddoto è riferito ad una tournée della Compagnia in
Australia nel 1986, più precisamente a Melbourne, voluta dall’amore
di Giancarlo Menotti per queste marionette e per questi marionettisti.
Al termine di una replica de “La serenata di Pierrot” un’anziana
spettatrice di origine italiana dalle chiome azzurrate e dai numerosi
gioielli che vincevano in barbaglii le luci della scena, si avvicinò ai
marionettisti e con grande trepidazione disse: “Stupendo! Stupendo…
e magico! Ma fate attenzione… se tutta quell’acqua si rovescia in
platea… è molto pericoloso!”. Magia ed illusione che soltanto il
mondo delle marionette porta con sé!
Eugenio
Monti Colla
LO SPIRITO
FOLLETTO
Nella
consuetudine dello spettacolo marionettistico ottocentesco, ad un
drammone a forti tinte, sostitutivo del teatro di prosa che non
arrivava nelle cittadine di provincia o nei piccoli centri, faceva
seguito un balletto di stile neoclassico oppure alcuni numeri di
varietà o di genere circense. Tutte le compagnie girovaghe
dell’epoca avevano in repertorio gli stessi personaggi: il
pianista, gli acrobati, il trapezista, gli scheletri che si
scompongono e si ricompongono, l’uomo serpente, la ballerina in
equilibrio sulla palla, veri pezzi di bravura che esemplificavano
il perfezionismo tecnico dei marionettisti. Col passare del tempo,
col miglioramento e coll’aggiornamento del repertorio (gli
spettacoli storici e politici, la satira, il melodramma, la
fantascienza, l’operetta, la commedia borghese, il ballo storico
nascono in questo periodo) tali numeri vennero abbandonati. Al
punto che quando Vittorio Podrecca, che non era marionettista e
che delle marionette conosceva solo ciò che conosce un attento
spettatore, scritturò le prime compagnie marionettistiche, questi
pezzi divennero il fulcro dei suoi spettacoli di varietà.
Carlo II Colla (direttore della Compagnia dal 1890 al 1952) che fu
un acuto ideatore di spettacoli, ebbe sempre la convinzione di
conservare ciò che era di tradizione, rileggendo, reinventando
magari, ma conservando ciò che di peculiare apparteneva alla
tecnica di animazione della “Carlo Colla e Figli”. Così, con
la collaborazione dei suoi tre fratelli, scrisse alcuni spettacoli
in cui inserì quei pezzi di repertorio che avevano sempre
ottenuto successo. “Lo Spirito Folletto” è uno degli
spettacoli che racchiudono il maggior numero dei momenti teatrali
ottocenteschi, di trucchi scenici, di metamorfosi tecniche che
risalgono alla migliore tradizione marionettistica italiana.
Come molti degli spettacoli del repertorio della “Carlo Colla e
Figli” anche “Lo Spirito Folletto” trova antiche origini
nella storia del balletto classico. Nel 1818 il mimo italiano
Fortunato Bernardelli portò a Mosca l’azione coreografica “La
Flute enchantée” ou “Les danseurs involontaires” che ebbe
notevole successo. Nel 1893 al Piccolo Teatro della Scuola
Imperiale di Ballo di Pietroburgo comparve una nuova versione
dello stesso balletto con titolo “Il Flauto Magico”,
coreografia e libretto di Lev Ivanov su musica di Riccardo Drigo.
Questa la trama: Lisa, figlia di una ricca possidente, ama Luca,
non gradito alla madre per la sua povertà. Il Marchese del luogo,
sceso al villaggio per scegliersi la sposa, pone gli occhi su Lisa
e ne chiede la mano. Lisa, nonostante le pressioni materne, però,
lo canzona. Mentre Luca attende Lisa, vede la madre di lei
cacciare un povero eremita mendicante. Impietosito dal suo
miserevole stato, Luca gli dona la sua ultima moneta, ricevendone
quale ricompensa un flauto incantato, il cui suono induce tutti a
danzare. Il marchese accusa Luca di stregoneria e dal giudice,
indotto anch’egli a danzare, viene condannato a morte. Ma
l’eremita si rivela come Oberon e lo salva; scaccia il marchese
e obbliga la madre, in cambio del suo perdono, a consentire le
nozze di Luca con Lisa.
Nel repertorio della Compagnia lo spettacolo appare in
programmazione nell’anno 1866 con il titolo “Il flauto
magico” e soltanto nell’anno 1924 lo ritroviamo con il titolo
che oggi compare.
La trasposizione nel mondo delle marionette ha mantenuto gli
elementi più lineari della trama così da conferirle un certo
afflato poetico. Siamo nella seconda metà del secolo XVII, in un
luogo imprecisato. Le costruzioni caratteristiche fanno pensare
alla Francia, alla regione fiamminga o comunque all’Europa
Centrale.
L’azione si apre su un ambiente che, pur essendo realistico, il
parco del castello di Bellariva, è già di per sé sognante, così
immerso nel verde tra cascate di fronde e fitto fogliame che una
sapiente mano pittorica ha realizzato senza linee nitide e
delimitanti, così da trasportare immediatamente lo spettatore in
un’atmosfera particolare.
Zanetto, il protagonista, è centro di tale atmosfera, lui che è
giardiniere e ama la musica. Il flauto gli è compagno e su di
esso modula il richiamo d’amore per la sua bella.
Equilibrio di armonia che si compone fra l’amore per la natura
che nasce dal lavoro e l’amore per la musica, quella dei
pastori, della siringa del dio Pan, del mondo virgiliano in cui lo
sprofondare nella natura è certezza di realtà e metafisica e non
banale rifuggire dal mondo che circonda.
Irma è il personaggio della fanciulla innamorata che la
tradizione burattinesca e marionettistica ha consacrato: bella,
giovane, infelice per la decisione del padre di maritarla ad un
uomo nobile e ricco ma, soprattutto, fedele all’uomo che ama e
fiduciosa negli eventi. Estranea agli avvenimento che sconvolgono
i nobili personaggi che vivono intorno a lei, la sua presenza
caratterizza momenti romantici che hanno sempre come sfondo
l’ambiente naturalistico: il parco nel primo quadro, quando
mette a parte della decisione paterna il suo amato Zanetto; il
parco di notte, in riva al laghetto illuminato dall’argenteo
raggio della luna, mentre attende il giovane innamorato che fugge
dalla Sala di Giustizia; il regno incantato dello Spirito Folletto
dove, finalmente, coronerà il suo sogno d’amore in un trionfo
di personaggi fantastici.
Intorno ai due innamorati, calati in un mondo che non recepiscono
né per delicatezza di sentimenti né per sensibilità alla realtà
che li circonda, stanno i personaggi dei potenti: un padre, un
nobile sposo, un giudice, un usciere, i gendarmi, figure burlate
nell’esercizio delle loro autorità. Saggiamente e acutamente il
marionettista ne ha fatto personaggi buffi, immaginandoli in
contrapposizione fisica, che è teatralmente dualismo compositivo
di unicità scenica, e irridendo alla loro posizione (basti
pensare alla trasformazione del giudice in asino recalcitrante,
allo sposo trascinato dai folletti, ai gendarmi che ballano)
senza, però, che la burla si trasformi in punizione.
Perché punirli? E per che cosa? La mancanza di “cuor gentile”
a cui giungono i richiami profondi e i sussurri misteriosi del
mondo della natura, l’armonia della musica o le voci più
concrete di coloro che soffrono intorno, non può e non deve
essere giustificazione per una punizione. Né lo Spirito Folletto
è creatura divina. E’ sufficiente dimensione teatrale quella di
lasciarli trafelati e spossati per il ballo cui hanno
involontariamente partecipato, allineati nel loro schematismo
mentale, con le case e con gli oggetti trascinati con loro nel
ritmo voluto dal magico flauto.
Ammiccamento del marionettista al pubblico è la presenza del
burattinaio con la sua baracca che dà spettacolo sulla piazza.
Semplicemente teatro nel teatro? Voluta polemica con chi vuole
negare la popolarità del teatro delle marionette per eternamente
considerarlo a mo’ di “giovin signor” figlio di una opulenta
società aristocratica e borghese? Espediente di eccezione ma,
forse, soltanto espediente scenico per ciò che dalla baracca
scaturirà a conclusione del quadro.
Il Folletto non ha nessun legame con la tradizione nordica, nulla
ricorda più la figura di Oberon dell’originale azione
coreografica, né gli elfi; il suo intervento non è magico, è
gioco, è burla, è canzonatura. Egli non è neppure divinità
pagana o genio benefico. E’ spirito di un mondo ignorato e
spesso trascurato che si manifesta in forma benevola.
Naturalmente, in rispetto ad una antica tradizione di teatro
classico, è, soprattutto, deus ex machina, ma con interventi che
nulla hanno di soprannaturale ma che stravolgono semplicemente una
logica comune (basti pensare al penultimo quadro in cui persuade
il padre ad accondiscendere alle nozze di Zanetto con Irma).
Ed è interessante, in un discorso simbolico come quello relativo
al teatro delle marionette, vedere come questo personaggio si
ricomponga nel mondo a cui appartiene: il quadro finale è,
infatti, lettura fantastica in cui figurazioni e personaggi sono
soltanto composizioni coreografiche, strettamente legate alla
festa popolare che diventa spettacolo.
Eugenio
Monti Colla
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