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IL MONDO IN 300 MARIONETTE  

 

La Repubblica

28 giugno 1992

di Rodolfo di Giammarco   

"Marionette, che passione!" verrebbe da esclamare citando Rosso di San Secondo a proposito di un odierno, fantasmagorico, delizioso restauro di materiali che risalgono alla prima edizione de "Il giro del mondo in 80 giorni" manovrata con fili e pupazzi di legno già nel lontano 1896 ad opera, allora, della compagnia di Carlo II Colla, poco più di vent'anni dopo l'uscita del popolarissimo e omonimo romanzo d'avventure di Jules Verne. La passione di ora è quella artigianale del sodalizio degli eredi, della compagine marionettistica Carlo Colla e Figli che ha con dovizia risfoderato e integrato le scene originali, le musiche originali, lo spirito originale dell'impresa globetrotter, riservando al Festival di Spoleto, alla Chiesa di S. Maria della Piaggia, la "prima" assoluta di questo graditissimo riarmo in forma di favola animata (animata da 300 figure, da poesia e grandi effetti in miniatura, da guardaroba cosmopolita, da beato e ironico bozzettismo). Uno spettacolo non di prosa, ma di prosastica alta definizione quanto a tecniche, un evento tutto da vedere (...) Ci vien fatto sapere che l'allestimento attuale fa minor ricorso al realismo adottato in fine Ottocento, in virtù del quale il personaggio di Passepartout, domestico del giramondo, era ad esempio risolto attraverso una maschera dialettale (mentre qui è un pel di carota che sembra balzato via da una copertina di "Mad"), e il trascorrere del tempo ha anzi suggerito all'attuale artefice Eugenio Monti Colla una più accentuata flemma del personaggio Phileas Fogg, così come l'ispettore di polizia Fix sempre alle costole di Fogg sviluppa senza limiti la risorsa del travestimento. Una cosa è certa: rivolto a un pubblico di tutte le età, questo "Giro del mondo in 80 giorni" scorre come un suggestivo, fortunoso e però anche "impassibile" tour nella tradizione dei meccanismi scenici, e i quadri segnalabili sono ovviamente ghiottonerie d'epoca dove aleggiano a volte echi di più recenti culture nomadi o d'appendice. Il sipario stesso è narrativo, e quando non vi si staglia il gioco di un cannocchiale con orizzonti terrestri scorrevoli, vi campeggia a turno un vessillo della Union Jack con strisce mobili che si rivelano canali per bastimenti, linee ferrate per convogli, vie transcontinentali. Ed è l'inno inglese, a fare da ouverture del permanente, appetitoso flusso di ritmi cui contribuisce dal vivo, sotto ribalta, un complesso musicale di cinque solerti elementi. Tutto origina, come dal romanzo, nel club arci-britannico di velluti, mantovane e interni irreprensibili che è sede della scommessa di Fogg, una sfida contro i pericoli umani e contro l'inadeguatezza dei mezzi di comunicazione del XIX secolo. C'è da godersi, per primo, lo sfondo portuale di Suez, già esotico, già proclive al mito del viaggio. Con passeggeri e sagome navali di ogni taglia modellistica. Uno spasso. C'è poi da lasciare gli occhi sull'India della pagoda, delle rovine ancestrali, della Necropoli dove viene tratta in salvo da una sentenza sacrificale di morte la vedova di un maragià, colei che Fogg prende sotto la sua protezione finendo, in epilogo, per impalmarla. Marionette barbute, sacerdotali, battagliere e settarie alimentano una sfilata da sogno. Ma lo stupore è per il circo di equilibristi da Estremo Oriente: fantastico. E si staziona poi in un saloon di pionieri d'America, ci si difende (con un gioiello di treno innevato) a onta di indiani e di ponti che crollano, finché una nave noleggiata, pure vittima di un naufragio che è spettacolo nello spettacolo, non permette l'approdo culminante, la corsa a dispetto dei calcoli errati di calendario, cui pone fine un ballo da trionfo dell'eleganza in costume e, alla grande, dell'arte dei manovratori. Grazie.   

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