Arcigne,
maligne, grinzose, rabbiose, maliarde, codarde, abbiette, vegliarde, le
streghe noi siam»: con la faccia di un bel verde pisello o viola ciclamino,
agghindate di rasi sbrindellati come dame infernali, le figure saltellano
fra gufi e pipistrelli. Che siano streghe è fin troppo evidente, ma loro
devono dichiararlo in versi e in musica, perché appartengono all'universo
delle marionette: il più ammiccante, ambiguo e artificioso dei possibili
mondi del teatro.
Apparizioni magiche, trasformazioni a vista,
animali danzanti, incendi e temporali, macchinerie barocche, scenografie
naif e fulminanti strizzate d'occhio ai generi teatrali più alti compongono
Il gatto con gli stivali, «grandiosa féerie coreografica recitata
e cantata in sei quadri» di Carlo II Colla, uno storico mini-kolossal per
marionette che la Compagnia Carlo Colla e Figli presenta dal 14 gennaio
all'8 febbraio al teatro Litta di Milano in un nuovo allestimento prodotto
dal Crt Milano per la regia di Eugenio Monti Colla.
Dopo l'incantevole messinscena della Tempesta
di Shakespeare nella traduzione di Eduardo De Filippo, i Colla tornano
con questa grand opéra comique per marionette al recupero
filologico dello strepitoso repertorio ottocentesco della compagnia
(avevano cominciato nel 1968 con il Ballo Excelsior, che due troupe
della compagnia hanno portato di recente anche a Melbourne e a Charleston
per le locali edizioni del Festival dei Due Mondi).
Il copione manoscritto del Gatto con gli
stivali è datato 1898: sulla scarna struttura della celebre fiaba di
Perrault, Carlo lI Colla innesta scene di massa, storie d'amore, vivaci
caratterizzazioni, arie cantate e pas de deux
romantici.
Nella versione originale agivano un centinaio
di marionette, accompagnate da cantanti nascosti fra le quinte e
dall'orchestra del teatro Gerolamo, diretta dal maestro Camesasca, autore
delle musiche di scena. Oggi la musica è eseguita, sempre dal vivo, da
cantanti e orchestra del teatro Litta, ma le marionette sono diventate più
di duecento: Eugenio Monti Colla, alla ricerca delle radici colte della
fiaba, ha immaginato infatti un prologo che si svolge alla corte di
Versailles.
Nel più pieno rispetto di una filosofia
della spettacolarità che prende avvio dal melodramma ottocentesco e dalla
grande maniera del «coreodramma» pantomimico neoclassico alla Viganò,
assistiamo a un fantasmagorico ricevimento di un'ambasceria orientale,
alla fine del quale Charles Perrault in persona e in miniatura viene a
offrire il suo libro di fiabe al Re Sole e al pubblico.
Il sipario si riapre, ed ecco in scena i
personaggi della fiaba: l'ingenuo Nando, trasformato in marchese di
Carabas dalla furbizia del gatto Barivel, convolerà a fastosissime nozze
con la principessa Farabalà, ma solo dopo una sequela di balletti, di comiche
avventure e di vertiginosi colpi di teatro.
Vistosamente di carta dipinta, le scenografie
sono quelle originali della belle époque: le marionette, materiale vivo
in continuo restauro e riutilizzo, sono invece in gran parte ricreate sugli
antichi modelli e muovono la bocca, le sopracciglia e gli occhi,
inseguendo il realismo.
L'effetto è un paradosso che farebbe impazzire
Gordon Craig e manderebbe in estasi Kleist: più le teste di legno simulano
l'espressione umana, più la cifra grottesca emerge chiara, sottilmente
inquietante.
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