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“Nabucco” conosce il successo nella stagione di
Carnevale del 1842 al Teatro alla Scala di Milano. Felice
incontro del testo di Temistocle Solera e della musica di
Giuseppe Verdi. Il trionfo è immediato tanto che l’opera verrà
ripresa nell’autunno dello stesso anno e da quel momento
l’accoglienza del pubblico non conoscerà cedimenti e
variazioni.
La
sua consacrazione rimane legata ad un aneddoto della
pseudo-autobiografia Verdiana riportato dai grandi studiosi del
“cigno” di Busseto: quello, cioè, che il maestro venisse
quasi obbligato con la forza dall’impresario Merelli a leggere
il libretto. Questo alone leggendario non fece che accrescere
l’entusiasmo nei confronti dell’opera. Grandi pagine corali
di ampio respiro musicale, intenso afflato poetico, grande
drammaticità e struggente intensità, mirabilmente
rappresentata dal “Va’ pensiero”, squisito squarcio di
creatività che riconduce alla struttura drammaturgica gli
aneliti di amor patrio e le tensioni politiche del momento
storico. Protagonisti modellati come imponenti blocchi marmorei,
enfatici quanto misurati nel turbinare delle passioni, delle
ambizioni e delle elezioni.
Una tale tessitura “teatrale” trova nel mondo
delle marionette un terreno assai fecondo a trasformare in
“visivo” l’atmosfera entro cui i personaggi prendono vita:
l’invasione del tempio di Gerusalemme, il Re di Babilonia a
cavallo sul limitare del sacro edificio, l’incendio e la
deportazione, passaggi segreti che si aprono a nemici
travestiti, fulmini che colpiscono regnanti sacrileghi e che
inceneriscono idoli pagani. E in quest’aura tragica e solenne
si aggirano schiave credute figlie di re, principesse
innamorate, nobili condottieri, profeti vaticinanti e sovrani
violenti.
Vi sono tutti gli ingredienti per un teatro di alta
tradizione come oggi può essere quello delle marionette, così
emblematiche e lontane da quella fisicità che, nel mondo degli
attori in carne ed ossa, condiziona non poco la credibilità del
melodramma.
Come
era tradizione dell’Ottocento si ripropone le sfida: sapranno
le marionette sostenere la grande musica di Verdi e superare
scenicamente gli allestimenti del teatro d’opera?
La messainscena di
“Nabucco” di Giuseppe Verdi si è incentrata sulla lettura
“popolare” del melodramma e, in particolare, su quegli
elementi di fondo che ne decretarono il successo: primi fra
tutti la storia di sopraffazione di un popolo sull’altro e la
dimensione scenica dei personaggi che vi agiscono a
ricordare figure
gigantesche dei racconti biblici, sia che si tratti del
Pontefice Zaccaria o del tiranno Nabucodonosor, sia che si
tratti della neofita Fenena o della feroce e crudele Abigaille.
Accanto a queste figure che la musica genialmente scolpisce, è
stato costruito il mondo monocromatico e sommesso della civiltà
ebraica su cui trionfa il fasto, il lusso e la sovrabbondanza
architettonica dell’impero Assiro-Babilonese, così come era
riaffiorato nelle scoperte archeologiche dei primi anni
dell’Ottocento, ricco di fascino e di mistero tanto da
ispirare scritturazioni drammaturgiche e musicali come il testo
da cui fu tratto il libretto offerto dall’impresario Merelli a
Verdi perché lo musicasse ed il balletto che poco tempo prima
aveva trionfato sul palcoscenico della Scala a cui si era
attinto per scene e costumi da impiegare per l’allestimento
dell’opera verdiana.
Lo spirito della affabulazione popolare prende spunto dalle
poche righe autobiografiche in cui il “Cigno” di Busseto
parla del lavoro a cui fu sollecitato in un nevoso tardo
pomeriggio milanese nei pressi del Teatro alla Scala per offrire
una immagine visiva del prologo al Nabucco.
Così come “le memorie” che si riaccendono nei petti per
favellare del “tempo che fu” ripropongono l’immagine delle
Cinque Giornate del ’48, evento a cui la musica del grande
Verdi non dovette essere certo estranea.
La gestualità degli attori di legno, la metafora che da sempre
vive in loro li rende docili interpreti delle grandi passioni
contenute nel melodramma.
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