Storia



 

 


 

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Non si hanno notizie di quel che sia avvenuto negli anni che seguirono immediatamente le epurazioni avvenute dopo il Congresso di Vienna per chi aveva avuto rapporti con i francesi, né delle peregrinazioni a cui fu costretta la famiglia dopo aver lasciato il capoluogo lombardo. Soltanto dal 6 marzo 1835, mentre la Compagnia teneva spettacoli nella "piazza" di Borgo Vercelli, furono annotati su di un libro mastro gli spostamenti della formazione nei vari paesi e cittadine del Piemonte, le opere rappresentate, gli incassi e le spese sostenute. E' questa la data con cui ufficialmente si indica l'inizio dell'attività professionale della famiglia Colla, guidata da Giuseppe Colla ormai trentenne.

E' curioso notare come il repertorio di questo periodo abbia pochissimo in comune con quello delle altre compagnie. Le titolazioni di spettacoli come "Le prigioni di Lambergher", "La venuta dell'Anticristo", "Il creditor burlato", "Il sagrifizio delle Vergini", "Li equivoci in confusione" non trovano riscontro presso altre formazioni marionettistiche. Possiamo pensare che esistesse una produzione propria o che i Colla attingessero a fonti totalmente estranee al pubblico delle grandi città ma più vicine alla tradizione del popolo ed ispirate ad un concetto di teatro molto più genuino ed immediato. Tale ipotesi è confermata ampiamente dal protagonista degli spettacoli, la maschera Famiola, sconosciuta alle compagnie marionettistiche che in quegli anni e nei seguenti, almeno sino al 1861, diedero spettacoli nelle diverse regioni dell'Italia settentrionale.

Famiola era il nome derivato dalla traduzione dell'espressione piemontese "J l'ai fam" (ho fame) che il singolare personaggio pronunciava nascendo da un enorme uovo che campeggiava al centro della scena; gioco scenico comune ai personaggi nati dalla fantasia popolare poiché già nel luglio 1806, a Milano, il Fiando aveva rappresentato la commedia "Il povero superbo ed il ricco ignorante con Gerolamo nato dall'uovo". Un secolo più tardi, e precisamente nell'aprile 1908, il burattinaio Campogalliani presentava al pubblico milanese lo spettacolo "Fasolino che nasce e muore dall'uovo".

Famiola indossava pantaloni, gilet e giacca di panno rosso bordati di bianco, calze a righe bianche e rosse, scarpe nere con fibbia settecentesca, parrucca nera con codino rialzato stretto da un nastro rosso, uno zucchettino rosso sul capo e al collo una vistosa cravatta verde a farfalla, insieme di colori che non doveva passare inosservato in territorio piemontese!

In quegli anni in cui la storia d'Italia, e, in particolare, del Piemonte, si preparava ad eventi importanti, l'attività continuò con ugual ritmo rispettando gli stessi itinerari nella scelta delle "piazze" che, sprovviste di un teatro vero e proprio, senza possibilità quindi di ospitare attori e cantanti in carne ed ossa, cominciarono ad accogliere con particolare simpatia le compagnie marionettistiche di passaggio (e questa dei Colla in particolare), ad entusiasmarsi alle peripezie di Famiola, finto buffone sordomuto per aiutare un padrone perseguitato ingiustamente o ingenuo interlocutore di un Sultano iroso, nel tentativo di ricongiungere amanti separati da ineluttabile destino.

All'interesse per le commedie di repertorio, che precedevano balli a sfondo storico come "L'incendio di Mosca" o a sfondo mitologico quali "Plutone" e "Minerva", si aggiunse il fervore commosso dei tempi nuovi quando la Compagnia Colla si presentò con lo spettacolo "La battaglia di Palestro".

Era accaduto che Giuseppe Colla, alla fine del maggio 1859, si fosse trovato nel bel mezzo della battaglia di Palestro e avesse di lontano assistito allo scontro fra piemontesi ed austriaci operando validamente con la popolazione. E naturalmente il pubblico accolse trionfalmente lo spettacolo che mostrava avvenimenti di cui era giunta soltanto un'eco confusa.

Nel 1861, con la morte del fondatore avvenuta il 21 maggio a Soresina, la struttura della Compagnia mutò, poiché i figli Antonio, Carlo e Giovanni, unici sopravvissuti della numerosa figliolanza, decisero di dividersi l'edificio teatrale (così si chiama, in gergo marionettistico, il patrimonio costituito da marionette, teste di ricambio, costumi, scenari, copioni e materiale di attrezzeria) e diedero vita a tre diverse compagnie. Antonio, dopo un sodalizio con il marionettista Croce, morì senza eredi; Carlo diede vita alla formazione Carlo Colla e Figli di cui ci occupiamo; da Giovanni discese la Compagnia "Giacomo Colla e famiglia", oggi nota come "Le marionette di Gianni e Cosetta Colla".

Carlo Colla prese ad annotare la storia della sua Compagnia a Broni il 22 agosto del 1863.

I piccoli paesi e le borgate scomparvero quasi del tutto per lasciar posto, nell'itinerario della Compagnia, alle grandi città e ai centri più importanti, indizio preciso di un'attività professionale che andava migliorando qualitativamente sino al punto di essere in grado di soddisfare un pubblico sempre più esigente. Gli spostamenti diventarono meno frequenti poiché la Compagnia sostava per circa tre mesi in ogni piazza; si arrivò, persino, ad un massimo di sette località in un anno e tutte comprese fra il territorio piemontese e quello dell'Oltrepò Pavese, zona in cui i Colla erano già simpaticamente noti.

Ed arriviamo al 1889, anno in cui una grave malattia alla gola colpì Carlo Colla costringendolo a ridurre notevolmente in un primo tempo, e poi del tutto, il suo lavoro di direttore della Compagnia e ad abbandonare per sempre l'interpretazione della maschera di Famiola.

Il sedicenne Carlo jr., maggiore dei figli maschi, si trovò improvvisamente a sostituire il padre negli impegni e nelle scadenze relative all'attività marionettistica. Necessariamente gli anni che seguirono furono dedicati a conseguire la praticaccia nel combinare affari, nel coordinare gli spostamenti della Compagnia con le esigenze di montaggio e smontaggio dell'attrezzatura scenica, nel trattare con gli impresari teatrali non sempre ben disposti verso un giovanissimo alle prime armi.

Il giovane Carlo, nell'intraprendere la sua carriera di teatrante, aveva seguito con profonda ammirazione i successi dello zio Antonio, notando la tecnica raffinata del maneggio, la preziosità e l'eleganza degli allestimenti scenici, elementi teatrali che gli avevano aperto la strada verso un pubblico raffinato ed esigente come quello del Teatro Gerolamo di Milano. In lui cominciò a farsi luce l'idea che esistesse la possibilità di realizzare spettacoli eccezionali attraverso un lavoro serio, prima in sede di studio e poi in fase di allestimento; soprattutto comprese che sarebbe nata una grande compagnia se egli fosse riuscito a infondere nei fratelli l'idea di una creazione che scaturisse da diverse competenze fra loro coordinate.

E la prima fu proprio il ballo "Excelsior" che nacque, durante un periodo di licenza dal servizio militare, a Caluso nel 1895 con il titolo di "Civiltà e Progresso"; naturalmente gli allestimenti dei grandi teatri, con attori in carne ed ossa, cioè, e dei complessi marionettistici che avevano agito nella capitale lombarda (ne va dimenticata l'ammirazione per lo zio Antonio) dovettero influenzare notevolmente l'inventiva del giovane capocomico ma, altrettanto naturalmente, il senso della scena, l'immediatezza del rapporto fra il teatro, specie quello delle marionette, ed il pubblico, trovarono il loro giusto rilievo non solamente in ciò che il libretto descrittivo del Cav. Manzotti esigeva ma nella rigorosa comprensione degli elementi storici che quella sfavillante allegoria, specchio di un'epoca e delle sue illusioni, richiedeva dalla magica ironia delle teste di legno. Le scenografie del Mens e del Bellio, gli effetti di luce, gli splendidi costumi, i numerosi giochi scenici e le graziose movenze dei 215 personaggi che vi agivano furono espressione di una abilità marionettistica che stava diventando sempre più evidente.

 

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