Parlare
di scultura nel mondo del teatro di animazione, significa non
soltanto parlare delle forme che nello spazio d’azione prendono
vita attraverso i movimenti, ma anche delle modulazioni
proporzionali e tipologiche che la scultura deve, o può, avere,
dalle quali il movimento prende vita. Sicuramente l’azione
scultorea accompagna il teatro di animazione fin dai primordi
della sua comparsa, quando, a proposito dell’antico Egitto, si
parla dei riti relativi al culto di Osiride, Divinità del Sole,
di grandi “statue” mosse dall’interno dai Sacerdoti, o,
saltando di parecchi secoli, a proposito dell’origine della
denominazione “marionetta”, sul finire del primo millennio. Si
parla di processioni che avvenivano a Venezia per ricordare dodici
ragazze rapite mentre si recavano in Santa Maria della Salute per
celebrare le nozze ed in seguito liberate, nelle quali sfilavano
dodici fanciulle scelte fra il popolo, a cui la Serenissima
avrebbe elargito la dote di sposa. In seguito, per placare litigi
e contese sulla scelta delle fanciulle, vennero fatte sfilare,
portate a braccia, grosse “statue” mobili chiamate Marione cioè
le grandi Marie. In occasione di tale evento, gli ambulanti,
vendevano“statuine”
mobili che ripetevano le fattezze delle statue, chiamate piccole
Marione da cui Marionette. Anche nelle forme più avanzate di teatro di animazione,
l’azione scultorea, se pur in parte snaturata, è presente negli
oggetti in movimento che, in qualche modo, derivano
dall’avvento, agli inizi del ‘900, dell’Astrattismo,
corrente che giustifica la presenza, nella pittura e nella
scultura, di forme non figurative, o, addirittura, dalle ultime
tendenze artistiche che stanno trasformando sempre più la
“scultura” in “istallazione”. E’ proprio per questo
ultimo motivo che vogliamo limitare il campo al cosiddetto teatro
di tradizione, perché esso ripropone, allo specchio, la realtà
del mondo figurativo; in particolare, al teatro di marionette, il
quale, a differenza dei pupi o dei burattini, offre la possibilità
di ricreare, sulla dimensione della marionetta, un mondo
verosimile, il più integrale possibile, dove i personaggi,
generalmente, nascono come attori che possono interpretare ruoli
diversi: elementi di un pianeta che comprende, facendoli
potenzialmente coesistere, i protagonisti di tutti gli spettacoli
rappresentabili. Nonostante ciò , è interessante citare
l’aspetto scultoreo nel teatro dei burattini dove, però, il
personaggio, proprio per la conformazione fisica del burattino che
prende forma dalla natura della fonte dei suoi movimenti, cioè la
mano umana, si sviluppa attraverso una equilibrata alchimia fra
esagerazione e sintesi delle fattezze umane. Nel teatro dei
burattini è pressoché impossibile, a proposito dei volti,
parlare di “caratteri”: è preferibile, proprio per il tipo di
approccio scultoreo citato, parlare di “caricatura”. Per
questo, nelle tipologie burattinesche vi è una notevole presenza
di Maschere tipiche della Commedia dell’Arte dalla quale il
linguaggio ha origine; anche nella loro evoluzione, quando i
personaggi perdono la maschera nera, mantengono la caratteristica
di esagerazione e caricatura delle fattezze umane che rendono
“maschera” qualsiasi personaggio appaia in baracca. La
scultura burattinesca deve infatti suggerire lineamenti
esasperati, rughe e muscolature come segni grossolani e netti
sottolineati dalla dipintura della scultura stessa che determinano
l’individuazione immediata e diretta del personaggio. Di
interesse minore è, invece, l’aspetto scultoreo nel teatro dei
pupi, in quanto il personaggio viene identificato solo attraverso
le simbologie araldiche dell’armatura, i pennacchi, la
pigmentazione dell’incarnato e altri particolari iconografici
come lo strabismo del valoroso Orlando. La scultura, infatti,
nella struttura del pupo, è pressoché inesistente e serve ,
anche per la fissità dei movimenti, solo come completamento della
struttura antropomorfa e supporto per l’armatura. Tornando alla
scultura della marionetta, nostro campo di indagine, è
interessante notare come alla base della definizione dei
personaggi, almeno nelle forme più antiche, vi sia
l’appartenenza a classificazioni tipologiche di “caratteri”,
fisionomie, “non maschere” ma possibili attori pronti, una
volta forniti di parrucche, costumi e, se necessario, di
accessori, ad interpretare i ruoli richiesti dai copioni in
repertorio. A testimonianza di questo, possiamo notare come nei
teatrini giocattolo e nei libri, particolarmente in voga nella
prima metà del Novecento, editi per insegnare ai più piccoli e
agli ambiti familiari l’arte dei burattini e delle marionette,
quando si parla dei personaggi che devono comporreilpiccolo
edificio marionettistico,nonsifacciasolo
riferimento ai personaggi maschera della Commedia dell’Arte come
Arlecchino, Brighella, Pantalone, Colombina, Dottor Balanzone,
Tartaglia, ma si estenda la rosa degli attori a personaggi quali,
Il Cacciatore, Il Boscaiolo, Il Contadino, Il Re, Il Vecchio, Il
Giovine, Il Cattivo, Il Mostro, La Regina, La Vecchia, La
Donzella, La Contadina, Il Cuoco, Il Cinese, La Ballerina, Il
Carabiniere, Il Brigante, Il Moro, La Strega. I singoli caratteri,
propri dei piccoli mondi della sfera ludica del teatro delle
marionette, assurgono a generi veri e propri quando l’edificio
di appartenenza diventa professionale, aumentando il numero delle
teste di legno da cui è composto, dalle decine, alle centinaia o
addirittura alle migliaia, come nel caso di alcune compagnie
storiche quali la Compagnia Lupi di Torino, la Compagnia Carlo
Colla e Figli di Milano o la Compagnia Rosete Haranda di Huamantla
in Messico. Si possono pertanto classificare le marionette in uomini e
donne, protagonisti e comparse, e, nella categoria “uomini”,
quelli con barba o baffi scolpiti tipici delle messe in scena del
Sette e dell’Ottocento e quelli con il volto pulito, ed ancora i
cattivi, i vecchi, i saggi, i giovani, così come nella categoria
“donne” le giovani, le vecchie e poi i bambini ed addirittura
gruppi di volti similari preparati per impersonare schiere di
armati, gruppi di frati, bande musicali per le sfilate o
processioni. Esistono anche delle “figure” chiamate
“obbligate” quando i caratteri della marionetta , sia del
corpo che del volto, vincolano le potenzialità interpretative del
personaggio: i tersicorei, i gobbi, i nani, i giganti, per
struttura corporea; i lunatici, i mostri, i diavoli, le maschere,
per caratteri fisionomici. Negli ultimi decenni alcune compagnie che studiano
l’evoluzione della marionetta, propongono una diversa concezione
dei personaggi prevedendo l’utilizzo della bocca mobile non solo
come avveniva nel passato per il personaggio maschera o per alcune
particolari figure obbligate, ma esteso a tutti i ruoli che lo
richiedano, evidenziando anche un’ulteriore e sovrastante
classificazione che preclude l’utilizzo di alcune marionette a
scultura fissa come protagonisti, almeno negli spettacoli recitati
o cantati.Pur
continuando ad esistere queste tipologie e classificazioni, il
modo di scolpire la testa della marionetta, dall’Ottocento ad
oggi, si è indiscutibilmente evoluto e modificato; infatti, poiché
la marionetta è un manufatto, non può che essere lo specchio dei
riferimenti che lo scultore si pone. Nell’Ottocento e all’inizio del Novecento, molto spesso,
gli scultori di marionette come Pittaluga di Genova od Ugliotti di
Novara, erano intagliatori in legno che realizzavano,
generalmente, sculture sacre, ornamenti di arredi e figure per
organetti in voga all’epoca; affrontando il mondo delle
marionette era naturale che essi riversassero in questo i canoni
iconografici o di bellezza ai quali erano educati. Per questo le
sculture marionettistiche di questo periodo affascinano per la
linearità dei tratti, la simmetria dei volti e la semplicità dei
caratteri; sculture che, tramite la fissità dell’espressione,
sembra chiedano quasi un movimento esasperato per poter vivere.
Anche per il pittore-scultore Ambrogio Casati, fra gli anni Trenta
e Quaranta, chiamato dai cugini Colla a scolpire parecchie
marionette,deve essere stato altrettanto naturale riversare il
gusto della forma geometrica tipico della corrente futurista alla
quale apparteneva, ottenendo l’effetto con l’abbozzo
dell’insieme del volto e sviluppando, poi, la scultura non
attraverso la definizione dei dettagli ma attraverso la sintesi
dei volumi dei singoli elementi fisionomici: il naso viene
raffigurato solo con il tronco di piramide che lo contiene, le
orecchie sono solo accennate in due dischi ellittici e le rughe
del volto creano superfici sfaccettate. Attualmente gli scultori che operano in questo settore sono
quasi sempre persone che conoscono molto bene il mondo delle
marionette e, addirittura, molto spesso, essi stessi sono
marionettisti. Ciò, unito ad una diversa concezione della messa
in scena, determina un’attenzione maggiore all’adesione della
scultura al personaggio. Infatti, pur mantenendo inalterate le
basi tecniche, l’evoluzione scultorea è proiettata alla
definizione di sfumature delle casistiche che, a volte, valicano
le categorie di appartenenza sopraccitate. Tutto ciò è dovuto,
ovviamente, al continuo accumulo di tipologie fisionomiche che
permettono di avere un vasto parco di “esempi” fra i quali
scegliere, generando, in fase di allestimento, un momento molto
interessante che è la scelta dei personaggi, il “casting”
dell’ambito cinematografico. Tornando alla scultura vera e
propria, possiamo dire che nulla è mutato nelle basi; la
marionetta viene ancora realizzata intagliando a mano, con
l’utilizzo degli scalpelli e delle sgorbie, il legno che viene
scelto in base al peso delle singole parti del corpo ed alla
duttilità per gli elementi che richiedono particolari e dettagli.
Le teste vengono realizzate in legno di tiglio o per le figure più
grandi (figure obbligate, giganti, animali ), in legno di cirmolo,
più leggero ma meno disposto a reggere il dettaglio; vengono
applicate le bocche mobili e vengono incastonati gli occhi in
vetro. Quest’ultima fase si è particolarmente evoluta nella
tecnica creando la possibilità di operare maggiormente sulla
definizione della cornice oculare; gli occhi, un tempo, erano
realizzati in vetro soffiato da artigiani del settore ed
addirittura nelle marionette più antiche venivano impiegati dei
semplici vetrini concavi dipinti (frammenti di piccole ampolle o
di lampadine) ; in entrambi i casi l’occhio veniva fissato
asportando parte della scultura poi ricostruita in gesso o in
stucco dopo aver alloggiato e posizionato il corpo oculare. Ciò
creava una staticità forzata nello sguardo della marionetta,
aumentando la fissità del volto. Attualmente gli occhi,
realizzati in pasta di vetro a livello industriale, vengono
incastonati dall’interno della testa, sezionandola e creando una
cavità che permette di mantenere la parte originale della cornice
ocularecon i
particolari ed i dettagli della scultura e di studiare la
posizione dell’occhio aumentando, pur nella fissità delle
fattezze, l’intensità dello sguardo. Lo scultore,
nell’affrontare la marionetta, deve considerare il fatto che il
prodotto del suo operato avrà come destinazione finale lo spazio
scenico nel quale agirà in movimento, colpito da più fonti di
luce artificiale, a differenza di una comune scultura che viene
generalmente collocata in un’unica posizione; questo produce una
modulazione dei pieni e dei vuoti che determinano chiari e scuri
generando volumi capaci di alterare le proporzioni e la morfologia
anatomica. Tali espedienti nascono dal fatto che l’ideazione di
un volto, attualmente, avviene analizzando, in azione composita
fra regista e scultore, l’arco psicologico che il personaggio
percorre all’interno dello svolgimento drammatico dello
spettacolo; la fisionomia, nella sua eterna fissità, deve quindi
acquistare funzione dinamica e lasciar trasparire l’intensità
del carattere in una sorta di comune denominatore a tutti i
momenti psicologici che il personaggio vive sulla scena.
Un’operazione di questo tipo sposta l’attenzione dello
scultore dall’iniziale studio anatomico e fisionomico ancorato
alla sfera tipologica, allo studio del comportamento,
all’interno di una configurazione fisica, delle fasce muscolari
ed all’abitudine delle stesse a posture facciali che il volto
assume, quale completamento al movimento. In un’ottica di questo
tipo, la gestione degli occhi e degli archi sopracciliari assume
grande rilevanza; basti pensare che all’interno della teoria
dell’evoluzione, Darwin identifica in questa area il punto più
espressivo del volto umano ed, in particolare, nell’uomo adulto
di circa quarant’anni, l’area dalla quale si può leggere il
carattere e l’indole dell’individuo. La diversa concezione
delle esigenze drammaturgiche, la diversa concezione della messa
in scena ed il diverso approccio al dettaglio, trasformano il
lavoro dello scultore di marionette, attraverso le proprie capacità
ed il proprio bagaglio culturale, da studio di fisionomie ad un più
complesso studio fisiogniomico.
Bibliografia:
-
Carlo Racca“Burattini
e Marionette”-G.B. Paravia ,1922 - Yambo “Il
Teatro dei Burattini” -Antonio Vallardi Editore,1928
- Rudolf Wittkower“La
Scultura” dall’antichità al novecento -Einaudi, 1985
- Erwin Panofsky“Il
significato nelle arti visive” -Biblioteca Einaudi,1999
- Patrizia Magli “Il
volto e l’anima” Fisiognomica e passioni - Studi Bompiani,
1995
-Flavio
Caroli “Storia della Fisiognomica”Arte e psicologia da Leonardo a Freud - Leonardo 1995