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Da Boccascena n. 2

IL MELODRAMMA E LE MARIONETTE

di Eugenio Monti Colla

 Più esatto sarebbe parlare del melodramma per marionette perché, nella tradizione, sempre si trattò di nuova scritturazione e di nuova drammaturgia per gli attori di legno che mal sopportavano, nel loro distacco dalle umane cose, le “costruzioni” delle arie e dei duetti non che il ripetersi degli acuti, dei filati e dei trilli di virtuose e virtuosi del bel canto. Lasciati alle spalle i grandi successi riportati al Teatro di San Moisé, al Teatro delle Zattere a Venezia o con le opere di Haydn, nel Castello di Esterhàzy , con “Lo starnuto di Ercole” del bolognese Jacopo Martelli rappresentata da un marionettista di eccezione quale fu Carlo Goldoni, con “La Damira placata” dello Ziani e con “Il Leandro” di Pistocchi, le marionette si scostano dalla “ contemplazione” scenica di  eroi e di eroine circonfusi di “leggiadre aurette” alle prese con crudeli ed implacabili Divinità Superne.In realtà, e ci perdonino i cultori della musica, non si può ancora veramente parlare di melodramma tanto ogni componente teatrale è troppo soffusa e fluttuante al punto che l’agire con marionette è gioco ed esercizio meramente arcadico e scolastico, cioè “poco marionettistico”, qui intendendo la marionetta come linguaggio teatrale autonomo . Al succedersi, però, di fermenti d’amor patrio e di libertà, di passioni amorose tragicamente predestinate alla infelicità, alla follia ed alla morte, di giuramenti di sempiterna fede ed amicizia, il mondo marionettistico avverte immediatamente le mutate potenzialità sceniche della materia drammaturgica da trattarsi e la ricchezza che ne viene ai nuovi personaggi i quali, ora, acquistano spessore forse meno poeticamente letterario ma, senza alcun dubbio, drammatico e foriero di sussulti dell’anima, di rovelli del pensiero, di estremi sacrifici. Il tema della morte scritta negli astri da un destino ineluttabile ed impietoso contrastava con quanto, sino ad allora, era passato sui palcoscenici lirici dove era d’obbligo il lieto fine. E quando la morte era calata sui grandi personaggi dell’opera, si era trattato soltanto di una eroica apoteosi trionfante più che del violento termine della vita. Ora appare estrema la fine, quanto estrema la passione amorosa, quanto estremo l’odio che tale passione suscitava. E d’intorno, gruppi diversi pronti al tradimento, alla ribellione, all’obbedienza, alla celebrazione, alla guerra, nel mutato ruolo dell’antico Coro della classicità, ora non solo presente sulla scena ma , finalmente, partecipe della trama e della azione scenica, non più mediatore nei confronti dello spettatore ma interagente con i personaggi protagonisti, a sua volta protagonista. Nel XVIII secolo l’opera lirica ha costituito l’unico repertorio del Teatro delle marionette, almeno quello pubblico, ma per tutto l’Ottocento e per la prima metà del Novecento, il melodramma è una scelta che si affianca ad altri filoni quali la commedia classica di Molière, di Goldoni, di Gozzi per parlare dei più illustri, del Beringhieri, del Federici e degli autori anonimi che avevano trasformato in copioni i Canovacci della Commedia dell’Arte in dotazione ed uso presso tutte le formazioni marionettistiche; ai testi epico cavallereschi quali “Guerrin Meschino”, “I Reali di Francia”, alle Sacre Rappresentazioni della Nascita e della Passione, alle agiografie dei Santi, alle gesta dei Briganti, ai grandi romanzi quali “ I promessi sposi”, “Il giro del mondo in 80 giorni”, “Ventimila leghe sotto i mari”, agli spettacoli che, svolgendo la funzione di mass media dell’epoca, riportavano sulla scena episodi relativi all’età Napoleonica, quali “La battaglia di Austerlitz”, “La battaglia di Marengo”o “L’incendio di Mosca” o agli episodi delle Guerre di Indipendenza come “La battaglia di Palestro”, “Le battaglie di Solferino e San Martino”, “L’epopea di Garibaldi”, le imprese delle guerre d’Africa e di Libia e la prima guerra mondiale. Oltre a far spettacolo, la finalità era quella di educare all’amor patrio esaltando, anche se, spesso, in forme ampollose e generalizzanti, i personaggi che le cronache e le leggende consegnavano inscritti in “medaglioni” assai stereotipati ove onore, gloria, lealtà e dovere rifulgevano splendidamente, lezione che per altro, anche il melodramma riproponeva nella rilettura dei personaggi storici secondo i dettami dell’età romantica. Ma la traboccante piena dei sentimenti che l’opera lirica portava con sé nello sviluppo musicale e scenico, consentiva agli attori di legno di raggiungere il “sublime” per accenti e per afflato poetico. E là dove la trama e la tessitura musicale si facevano “giocose”, ecco la genialità di consumati marionettisti trasformare le opere di Cimarosa, di Rossini, dei fratelli Ricci e di Piave in brillanti commedie dal ritmo incalzante, con brani musicali che si alternavano a parti recitate dove la giocosità si accentuava per la presenza del personaggio-maschera che recitava nel dialetto di origine rivestendo i panni dei diversi personaggi: Taddeo ne “L’italiana in Algeri”, Geronimo ne “Il Turco in Italia”, Crispino nell’opera dei Ricci, o, infiltrandosi in veste di nuovo personaggio, non a caso quello di un servitore, ne “Il matrimonio segreto” al fine di stravolgere il finale favorendo la fuga dell’attempata Fidalma con il Conte Robinsone! Nel panorama dell’opera seria, la distribuzione dei ruoli nell’edificio marionettistico, per altro, rispondeva pienamente ai “topoi” che la drammaturgia operistica aveva canonizzato: padri nobili, fanciulle indifese perseguitate, tiranni persecutori e traditori in agguato, confidenti di entrambi i sessi fedeli e pazienti. Rimase escluso, per comprensibili motivi, l’ambiguo e sottile rapporto sociale e psicologico tra padri e figli che tanta incidenza ebbe nell’evoluzione drammatica dei personaggi lirici. Il teatro di animazione affrontò l’opera seria in una atmosfera di assoluta sublimazione, al di sopra di ogni condizione umana, come se i suoi personaggi rispondessero a canoni scultorei. Così nacquero le riduzioni teatrali di “Norma”, di “Giovanna d’Arco”, di “Attila”, di “Macbeth” (che iniziava con una scena in cui il Demonio, a congrega con le streghe, le istruiva sul come corrompere il protagonista, sollevandolo pietosamente, dalla sua predestinazione al delitto), de “Il Trovatore” , de “La forza del destino”, de “La battaglia di Legnano” (di cui esisteva, assai modificato nella trama, un ballo di grande successo con protagonista il Barbarossa), di “Otello”, di “Falstaff”, di “Aida” in stesure che mescolavano, talvolta selvaggiamente, talaltra genialmente, i testi teatrali a cui si erano ispirati i librettisti, o a rimaneggiamenti in prosa o in versi già operati in precedenza, trasformando, il più delle volte, secondo un’antica tradizione, la tragedia in lieto fine ed inserendo, molto arbitrariamente, il personaggio-maschera in ruoli che non sempre si armonizzavano con gli altri personaggi e con la trama dell’opera. Di una arbitraria quanto folle lieta soluzione per “Il Trovatore” di Verdi è giunta notizia tramite un piacevole aneddoto di cui fu protagonista il poco paziente baritono Mondini, il quale, vedendo Leonora e Manrico burattini convolare a nozze fra Azucena e zingari festanti, scattando in piedi, diede un urlo così potente da spaventare l’intera platea! Ma la ricchezza e la complessità degli allestimenti marionettistici, spesso superiori per  unità stilistica a quelli dei teatri lirici, richiedevano momenti di spettacolo di grande effetto che non tutti i melodrammi italiani potevano soddisfare. E, del resto, il palcoscenico delle marionette non perseguiva la concisione spesso sopra le righe degli autori lirici ( basti pensare al processo conclusivo de “Il Pirata”!). Fu, quindi, naturale che l’attenzione si rivolgesse al mondo del Grand-Opéra francese ove il testo drammatico imponeva la presenza di alcuni effetti tipici come grandi scene di massa, balletti, sorprendenti invenzioni scenotecniche, il pittoresco e l’esotico. Oltre a tale cifra drammaturgica, entrò nel mondo marionettistico la grande lezione del teatralissimo Scribe, lezione che, da allora, rimase elemento fondamentale nel pensare lo spazio scenico nello spettacolo delle marionette: l’alternarsi di scene “corte” a scene di grande sfondo, di ambienti aperti ad ambienti chiusi, di penombra e di tutta luce. In questo fondamentale clima di rinnovamento (la scenografia dipinta, dilatandosi in più elementi di illusione prospettica, acquistò il ruolo di atmosfera e non più di ambiente) ecco entrare nel repertorio marionettistico la musica di Meyerbeer con “Roberto il Diavolo”, “L’Africana”, “Il Profeta”, e di Gomez con “Il Guarany”. Che non si trattasse di una scelta di moda o di un pedissequo imitare il teatro ufficiale ma di una precisa convinzione artistica è attestato dal fatto che, con l’avvento dell’opera verista, il sodalizio teatrale marionette e melodramma si interruppe; troppa realtà, numerose problematiche, profonda introspezione avrebbero contrastato non soltanto con la gestualità enfatica degli attori di legno ma, soprattutto, con la loro essenza, per altro, già ampiamente occupate a riproporre sul palcoscenico drammoni “borghesi” come “La Monaca di Cracovia”, “I due sergenti”, “Lo zio Battista” e “La notte di San Silvestro”. Ma quando il teatro ufficiale subì una importante evoluzione con l’avvento dei registi Craig, Stanislavskij, Appia, e, soprattutto, quando i musicisti compresero nel loro percorso artistico la scritturazione per marionette, il connubio si rinnovò per spettacoli come “Pierino e il lupo” e “L’amore delle tre melarance” di Prokofieff, “ La boite à joujoux” di Débussy, “La bella addormentata nel bosco” di Respighi, “ El retablo de Maese Pedro” di De Falla, “Génévieve de Brabant” di Satie. Con le nuove concezioni musicali si rinnovano anche la struttura drammaturgia, l’ideale estetico dello spettacolo marionettistico ed il significato metafisico dell’oggetto marionetta. E furono contemporaneamente riprese opere come “La serva padrona” di Pergolesi, “Cendrillon” di Massenet, “Il barbiere di Siviglia” , “La gazza ladra” e “La cambiale di matrimonio” di Rossini. E in tempi a noi vicini “Lucia di Lammermoor”, “Rigoletto”, “Carmen”, “Mefistofele”, “Cenerentola” di Rossini e alcuni intermezzi goldoniani con musiche di Vivaldi e di Salieri. Ma perché non sembri che ci si adoperi soltanto per celebrare il passato rinnovandone i fasti antichi rimanendo chiusi nell’immobilismo a cui ci hanno condannato alcuni astuti teorici etichettandoci come “teatro di tradizione” , è necessario dare una risposta all’inevitabile quesito: perché, oggi, il melodramma “per” marionette? Immediata si pone la precisazione che ci vuole energicamente lontani dai rituali teatrali dedicati alle opere di Mozart, in cui eccellono, incontrastate, le Marionette di Salisburgo, imitate ormai senza esitazione da tutte le Compagnie marionettistiche di cultura mitteleuropea. Energicamente lontani anche dalla tecnica di animazione assolutamente perfetta, dalla concezione di spettacolo e dall’idea di marionetta. Altrettanto immediato il rifiuto della teoria che ritiene il melodramma uno spettacolo superato di cui riappropriarsi attraverso la sua “attualizzazione”, tesi interessante che ha generato sino ad oggi scempio e profanazione, e che non pare voler risparmiare nuove vittime. Strutture spaziali, cubi giganteschi, arcate di metallo, enormi massi, divise naziste, pastrani di pelle nera, corpi ignudi o quasi, assise di cuoio connotano ogni epoca, ogni trama, ogni autore, trasvolando su personaggi, situazioni e musica. Così a Scarpia in abito da gerarca nazista viene annunciato che Bonaparte è vincitore; il conte di Walter e Wurm si accarezzano e palpeggiano per significare una duplice complicità di rapporto; le Sacerdotesse danzano per l’immenso Fta chiuse in sacchi di tessuto elastico che ne occultano volti e teste; gli Ebrei schiavi in Babilonia intonano “Va’ pensiero” accendendo le pile rivolte verso la platea; Dulcamara arriva in scena al volante di una roulotte con moglie e show- girl al seguito a vendere l’elisir d’amore; il coro in Butterfly, chiuso in scatoloni di cartone, si rotola per tutta la durata dell’opera (ripeto: per tutta la durata dell’opera!) sul pavimento ricoperto di sabbia. L’elenco potrebbe continuare all’infinito sino ad oscurare la validità di numerosi altri spettacoli ben lontani dalle predette geniali soluzioni e, comunque, innovativi. Sulle pagine di un quotidiano, tempo fa, un critico si augurava che si diffondesse, finalmente, la moda di mettere in scena gli spettacoli così come scritti e pensati dagli autori! Il discorso è molto semplice, ovvero molto complesso, e, ad un giudizio molto superficiale, addirittura banale: un’epoca, un mondo, una società ed una cultura hanno generato queste trame, questi testi, questi personaggi e questa musica. La loro “contemporaneità” consiste nell’essere parte delle nostre radici culturali e delle nostre tradizioni artistiche. Occorre grande purezza di cuore per accostarvisi ed accettarle per quello che hanno saputo dire, non molto dissimile da quello che dicono ancor oggi e che diranno domani . Sarebbe necessario che i melomani smettessero di fingersi così raffinati da prestare orecchio solo alle note e alle voci; e che i critici non si facessero portavoce, in nome dello “svecchiamento”, di eventi assurdi quanto provocatori. In anni passati, per merito di grandi artisti, abbiamo veduto “svecchiarsi” tutta la Storia del Melodramma e tutta la Storia del Teatro. Ma i “miracoli” non possono ripetersi ed il secolo che si conclude ci ha fatto vivere, nel settore artistico, esperienze indimenticabili e non più ripetibili nelle quali abbiamo veduto ed ascoltato artisti che, di volta in volta, divenivano magistralmente personaggi diversi. Non sembri pertanto azzardato pensare che l’umiltà e la purezza di “oggetti” teatrali come le marionette, così emblematiche, metaforiche, al di là di ogni realtà fisica, divengano “l’intelligenza visiva” di grandi opere teatrali. Nella Storia delle marionette, antica quanto universale, in più di una situazione esse furono strumenti di “lettura” equilibrata di grandi eventi. E là dove musica, gesto, parola, luogo ed azione sono inscindibilmente teatro, vive un grande evento. Oggi come allora.

Bibliografia:

- Patrik J: Smith  “La decima musa- Storia del libretto d’opera”- Sansoni Editore  1981
- Luca Zoppelli   “L’opera come racconto”  Modi narrativi nel Teatro musicale dell’Ottocento - Marsilio Editore 1994
- Franca Cella “Prospettive della librettistica italiana nell’età romantica” in Contributi  dell’Istituto di  Filologia  Moderna- Storia del Teatro, Vol. I  -  Vita e Pensiero   1968
-  Franco Lorenzo Arruga   “Incontri fra poeti e musicisti nell’opera romantica italiana” In Contributi dell’Istituto di Filologia Moderna- Storia del Teatro, Vol. I  -  Vita e Pensiero   1968
-   Giovanna Gronda e Paolo Fabbri   “Libretti d’opera italiani dal Seicento al Novecento”Mondatori    1977
-   Roger Parker   “Storia illustrata dell’opera”  -   Giunti- Ricordi   1998
-   Luigi Baldacci e Gino Negri     “Tutti i libretti di Verdi”  -  Garzanti    1975
-   Raffaello Monterosso    “La musica nel Risorgimento”   -  Vallardi    1942                    
 


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