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di Angelo Foletto
Una
meraviglia, perfino meglio di quanto si poteva ricordare, il
ritorno dell’Aida con le marionette dei Colla, al teatro
Studio fino a domenica 18 marzo, vale almeno quanto l’Aida non
meno bonsai messa provocatoriamente in scena a Busseto un
mesetto fa, e paradossalmente qualcosa di più, in quanto a
suggestione scenografica, anche rispetto alla spettacolare
ricostruzione del Trionfo scaligero proposta dalla Mostra Verdi
di Palazzo Reale. Perché, al solito, una regia dei Colla è
frutto di una somma di emozioni.La
commovente bellezza e credibilità espressiva delle marionette
è soltanto il dato di partenza poiché questi spettacoli
operistici sono un documento storico amorevole e la più bella
testimonianza di una passione popolare per il melodramma che
oggi non esiste più. Lo si capisce dal modo con cui la
partitura viene ‘ridotta’, con le scene di raccordo recitate
(in modo molto comunicativo, seppure con qualche termine
residuato di librettese, non alla portata di tutti) mentre le
arie vengono salvaguardate, così tra l’altro si ripassa la
celebre esecuzione toscaniniana del 1949. Il gusto didattico
dello spettacolo è accentuato dalla mini-lezione di chimica che
la conclude: Radames fa saltare la “fatale pietra” e le mura
circostanti dando fuoco al salnitro che cola dalle pareti della
tomba, mescolato allo zolfo e alla polvere di carbone del
pavimento. Ma prima, musicalmente viene ripresa la coda
trionfante del duetto del secondo atto, per una conclusione che
soltanto il grande amore per Aida poteva suggerire e rendere
reale. Vista con i ragazzi, al mattino, questa Aida da non
perdere, ci racconta altre cose. Primo che dell’opera gli
studenti (e gli insegnanti?) conoscono e scandiscono solo
l’attacco delle trombe vittoriose (per forza, è lo stesso
cantato allo stadio) e che, comunque, in piena era-pokemon al
crescendo zoo-burattinologico dell’irresistibile Trionfo non
sanno trattenere gli applausi. Come tutti, del resto.
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