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di Roberto De Monticelli
BIENNALE
TEATRO/ Inaugurazione con la “prima” mondiale della tragedia
shakespeariana tradotta in napoletano dal grande attore-autore
scomparso
un anno fa.
Le
antiche marionette dei Colla protagoniste di una serie di
immagini deliziosamente barocche, oniriche e naives- Ariel
trasformato in uno scugnizzo da vicoli, Calibano in un “nu
selvaggio fesso”- Gassman ha tenuto una breve rievocazione cui
hanno partecipato alcuni nomi prestigiosi della scena italiana e
il figlio di De Filippo, Luca.
VENEZIA-
Credo che non si potesse inaugurare meglio questa Trentatreesima
edizione del Festival Internazionale del Teatro. La voce di
Eduardo, a dar vita alle ultime parole che egli scrisse,
all’ultima opera cui dedicò il suo genio di poeta e di
teatrante, la traduzione in napoletano della
Tempesta shakespeariana;
e, immagine viva di questa voce, concrezione del fantastico,
gioco insieme infantile e sapiente, fresco e antichissimo,
l’arte dei Colla, cioè di una delle compagnie
marionettistiche più gloriose d’Italia; una delle più note,
ormai, nel mondo.
Grande
serata, dunque, l’altro ieri, al Teatro Goldoni e non tanto
per la partecipazione, a questa che non voleva essere una
commemorazione, del mondo della cultura e dello spettacolo
(c’erano illustri nomi del teatro, c’erano i rappresentanti
del Centro Ateneo dell’Università di Roma per il quale
Eduardo preparò questo suo lavoro sulla Tempesta; c’erano
persino “Quelli della Notte”), della politica e
dell’economia; quanto per la sua essenza poetica in sé, per
il patrimonio di sentimenti, di sensazioni, di pensieri e di
ricordi che essa ha suscitato in noi, man mano che l’incontro
dello spettacolo marionettistico fioriva la, sul palcoscenico,
tra quel luccicare di fili metallici; che sono i fili verticali
della poesia, dell’immaginazione, la luminosa pioggia che
scende dall’alto modulata come una musica dalle dita
dell’uomo.
Ecco,
ora me ne accorgo, come è possibile separare lo spettacolo dei
Colla da quella voce indimenticabile
e dalla stessa natura tra arcaica, favolosa e povera (povera nel
senso di semplice, poeticamente primitiva) di queste parole?
Assistendo allo spettacolo si ha l’intuizione di quello
che fu, già sulla pagina, già allo stadio della scrittura, il
progetto unificante di Eduardo che si rifaceva, come scrive,
alla memoria di quelle “féeries” seicentesche riprese in
chiave popolare dalla compagnia di Vincenzo Scarpetta nella
quale egli giovanissimo recitava.
L’occhio sgranato dell’infanzia sulla meraviglia e sul
prodigioso ma anche sul fanciullescamente comico, che è per sua
natura grottesco, perché si rifà a una deformazione tra
impaurita e felice della realtà, alle gag e alle clowneries di
un bestiario favoloso di un mondo animale quando indispettito
quando bonario. E’ ciò che ha capito perfettamente Eugenio
Monti Colla, regista dello spettacolo, che ci ha dato una serie
di immagini deliziosamente barocche (il naufragio della nave
regale, per esempio, sembra uscito dalle illustrazioni e dai
disegni di un antico manuale di scenotecnica, con in più un
tocco di “naif”) ma ha anche puntato su una dimensione di
sogno, sulle estatiche pause oniriche della favola (i “Mask”),
ha aperto sul fondo, visualizzandoli, i “flash-back” con
vistose parate di mondo saraceno (le nozze del re di Tunisi con
Claribel), intermezzi danzati di Commedie dell’Arte, racconti
ricostruiti con tanto di bacchetta (la bacchetta di Prospero)
sul tabellone del cantastorie.
Insieme ecco l’attenzione al comico e al grottesco in
una sua misura bizzosamente infantile; ecco Ariel, secondo
l’idea di Eduardo, trasformato in uno scugnizzo dei vicoli,
col suo berrettuccio a visiera messo di sghimbescio; e Calibano
diventato uno scassato gigante, un ebete mostro, “nu selvaggio
fesso”; e tutti quegli animali, i botoli ringhiosi, le papere
ballerine, i gabbiani tra le sartie delle navi, le piccole
scimmie fra gli alberi dei boschi che si srotolano sul fondo, in
un continuo mutare di paesaggi scorrenti come lastre di lanterne
magiche.
In questa selva di immagini la voce di Eduardo è come un
vento profondo; le anima, le muove, anche più di quei fili
scintillanti che scendono dall’alto. E, trasferendosi di
fronda in fronda, di immagine in immagine, di personaggio in
personaggio, straordinariamente si trasforma, cambia colore,
timbro, intonazioni. Alla voce saggia e astuta di Prospero, non
esente da qualche bruciacchiatura ironica, si alterna quella
canuta di Alonso, il re di Napoli, quella ripicchiettata e
pignola di Gonzalo, il buon consigliere, quella crespa,
dispettosa eppure intimidita, dello scugnizzo Ariel, e quel
miracolo di caratterizzazione cavernosa, da far pensare alle
sonorità interne di un tino vuoto e gigantesco, che è la voce
tumefatta di Calibano.
Che prodigio, a ottantaquattro anni! Che sagra dei catarri
e delle raucedini istrioniche, dei colpi di tosse, delle
risatine sardoniche, dei singhiozzi drammatici, dei sospiri
patetici e, delle
scene di Trinculo e Stefano, i due buffoni, delle carognerie e
ruffianerie rimaste a fermentare, dimenticate negli antri
perduti del grande avanspettacolo napoletano! In questo vento
così variato e possente, l’unica voce diversa è quella di
Imma Pirro, che anima con grazia filiale e domestica i palpiti
amorosi di Miranda. Le musiche originali composte da Antonio
Sinagra ed eseguite dal Gruppo Strumentale del Gran Teatro La
Fenice, diretto da Michael Summers, incorniciano elegantemente
la favola. Antonio Murro canta le canzoni di Ariel.
La voce di Eduardo, risentita così a nemmeno un anno
dalla sua scomparsa, ci aveva commosso tutti; quindi, alla fine
dello spettacolo, dopo gli applausi (che avremmo voluto meno
ufficiali, più intensi e calorosi), ha fatto bene Vittorio
Gassman a tenere sul semplice e sul breve una rievocazione del
grande attore-autore che si è affidata soprattutto ai ricordi
personali, alle testimonianze dei teatranti. Gassman ha parlato
per pochi minuti, soprattutto della funzione conclusiva e
magica, quasi il grande addio, che ha avuto per Eduardo
l’impresa di traduzione della Tempesta shakespeariana. Poi ha
chiamato sul palcoscenico i colleghi in platea, Giorgio
Albertazzi, Valeria Moriconi, Valentina Cortese, Lina Sastri,
Raoul Grassilli, Dario Fo, Piera Degli Esposti; e naturalmente
il figlio di Eduardo, Luca, e Isabella De Filippo.
Ognuno ha portato un suo contributo; particolarmente
interessante quello di Luca, che ha parlato del lungo lavoro di
registrazione compiuto da quella voce più che ottuagenaria; e
appariva visibilmente commosso. Poi vi è stato, organizzato
dall’Associazione Amici della Biennale, l’“Omaggio a
Eduardo” sul Canal Grande davanti a Palazzo Pisani Moretta,
sulla cui scalinata il coro del Centro di Musica Antica di
Padova, diretto da Livio Ricotti, ha cantato tre brani composti
da Roberto De Simone e ispirati a quella che è forse la più
tenera poesia del Nostro, “Vincenzo De Pretore”. Le voci
recitanti erano quelle di Isa Danieli e di Virginio Villani. Noi
eravamo sulle gondole degli invitati, che facevano platea
sull’acqua. Un notturno veneziano al lume di fiaccole con
dentro incastonata una vecchia lacrima napoletana. Era
suggestivo ma non so quanto le due cose stessero bene insieme.
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