Rassegna stampa



 

 


 

SOFFIA SULLA TEMPESTA LA VOCE DI EDUARDO

 

CORRIERE DELLA SERA

 

Ottobre 1985


  di Roberto De Monticelli

BIENNALE TEATRO/ Inaugurazione con la “prima” mondiale della tragedia shakespeariana tradotta in napoletano dal grande attore-autore

scomparso un anno fa.

Le antiche marionette dei Colla protagoniste di una serie di immagini deliziosamente barocche, oniriche e naives- Ariel trasformato in uno scugnizzo da vicoli, Calibano in un “nu selvaggio fesso”- Gassman ha tenuto una breve rievocazione cui hanno partecipato alcuni nomi prestigiosi della scena italiana e il figlio di De Filippo, Luca.

 

VENEZIA- Credo che non si potesse inaugurare meglio questa Trentatreesima edizione del Festival Internazionale del Teatro. La voce di Eduardo, a dar vita alle ultime parole che egli scrisse, all’ultima opera cui dedicò il suo genio di poeta e di teatrante, la traduzione in napoletano della  Tempesta  shakespeariana; e, immagine viva di questa voce, concrezione del fantastico, gioco insieme infantile e sapiente, fresco e antichissimo, l’arte dei Colla, cioè di una delle compagnie marionettistiche più gloriose d’Italia; una delle più note, ormai, nel mondo.

Grande serata, dunque, l’altro ieri, al Teatro Goldoni e non tanto per la partecipazione, a questa che non voleva essere una commemorazione, del mondo della cultura e dello spettacolo (c’erano illustri nomi del teatro, c’erano i rappresentanti del Centro Ateneo dell’Università di Roma per il quale Eduardo preparò questo suo lavoro sulla Tempesta; c’erano persino “Quelli della Notte”), della politica e dell’economia; quanto per la sua essenza poetica in sé, per il patrimonio di sentimenti, di sensazioni, di pensieri e di ricordi che essa ha suscitato in noi, man mano che l’incontro dello spettacolo marionettistico fioriva la, sul palcoscenico, tra quel luccicare di fili metallici; che sono i fili verticali della poesia, dell’immaginazione, la luminosa pioggia che scende dall’alto modulata come una musica dalle dita dell’uomo. 

Ecco, ora me ne accorgo, come è possibile separare lo spettacolo dei Colla da quella voce indimenticabile e dalla stessa natura tra arcaica, favolosa e povera (povera nel senso di semplice, poeticamente primitiva) di queste parole?

Assistendo allo spettacolo si ha l’intuizione di quello che fu, già sulla pagina, già allo stadio della scrittura, il progetto unificante di Eduardo che si rifaceva, come scrive, alla memoria di quelle “féeries” seicentesche riprese in chiave popolare dalla compagnia di Vincenzo Scarpetta nella quale egli giovanissimo recitava. 

L’occhio sgranato dell’infanzia sulla meraviglia e sul prodigioso ma anche sul fanciullescamente comico, che è per sua natura grottesco, perché si rifà a una deformazione tra impaurita e felice della realtà, alle gag e alle clowneries di un bestiario favoloso di un mondo animale quando indispettito quando bonario. E’ ciò che ha capito perfettamente Eugenio Monti Colla, regista dello spettacolo, che ci ha dato una serie di immagini deliziosamente barocche (il naufragio della nave regale, per esempio, sembra uscito dalle illustrazioni e dai disegni di un antico manuale di scenotecnica, con in più un tocco di “naif”) ma ha anche puntato su una dimensione di sogno, sulle estatiche pause oniriche della favola (i “Mask”), ha aperto sul fondo, visualizzandoli, i “flash-back” con vistose parate di mondo saraceno (le nozze del re di Tunisi con Claribel), intermezzi danzati di Commedie dell’Arte, racconti ricostruiti con tanto di bacchetta (la bacchetta di Prospero) sul tabellone del cantastorie. 

Insieme ecco l’attenzione al comico e al grottesco in una sua misura bizzosamente infantile; ecco Ariel, secondo l’idea di Eduardo, trasformato in uno scugnizzo dei vicoli, col suo berrettuccio a visiera messo di sghimbescio; e Calibano diventato uno scassato gigante, un ebete mostro, “nu selvaggio fesso”; e tutti quegli animali, i botoli ringhiosi, le papere ballerine, i gabbiani tra le sartie delle navi, le piccole scimmie fra gli alberi dei boschi che si srotolano sul fondo, in un continuo mutare di paesaggi scorrenti come lastre di lanterne magiche. 

In questa selva di immagini la voce di Eduardo è come un vento profondo; le anima, le muove, anche più di quei fili scintillanti che scendono dall’alto. E, trasferendosi di fronda in fronda, di immagine in immagine, di personaggio in personaggio, straordinariamente si trasforma, cambia colore, timbro, intonazioni. Alla voce saggia e astuta di Prospero, non esente da qualche bruciacchiatura ironica, si alterna quella canuta di Alonso, il re di Napoli, quella ripicchiettata e pignola di Gonzalo, il buon consigliere, quella crespa, dispettosa eppure intimidita, dello scugnizzo Ariel, e quel miracolo di caratterizzazione cavernosa, da far pensare alle sonorità interne di un tino vuoto e gigantesco, che è la voce tumefatta di Calibano. 

Che prodigio, a ottantaquattro anni! Che sagra dei catarri e delle raucedini istrioniche, dei colpi di tosse, delle risatine sardoniche, dei singhiozzi drammatici, dei sospiri patetici e, delle scene di Trinculo e Stefano, i due buffoni, delle carognerie e ruffianerie rimaste a fermentare, dimenticate negli antri perduti del grande avanspettacolo napoletano! In questo vento così variato e possente, l’unica voce diversa è quella di Imma Pirro, che anima con grazia filiale e domestica i palpiti amorosi di Miranda. Le musiche originali composte da Antonio Sinagra ed eseguite dal Gruppo Strumentale del Gran Teatro La Fenice, diretto da Michael Summers, incorniciano elegantemente la favola. Antonio Murro canta le canzoni di Ariel.

La voce di Eduardo, risentita così a nemmeno un anno dalla sua scomparsa, ci aveva commosso tutti; quindi, alla fine dello spettacolo, dopo gli applausi (che avremmo voluto meno ufficiali, più intensi e calorosi), ha fatto bene Vittorio Gassman a tenere sul semplice e sul breve una rievocazione del grande attore-autore che si è affidata soprattutto ai ricordi personali, alle testimonianze dei teatranti. Gassman ha parlato per pochi minuti, soprattutto della funzione conclusiva e magica, quasi il grande addio, che ha avuto per Eduardo l’impresa di traduzione della Tempesta shakespeariana. Poi ha chiamato sul palcoscenico i colleghi in platea, Giorgio Albertazzi, Valeria Moriconi, Valentina Cortese, Lina Sastri, Raoul Grassilli, Dario Fo, Piera Degli Esposti; e naturalmente il figlio di Eduardo, Luca, e Isabella De Filippo.

Ognuno ha portato un suo contributo; particolarmente interessante quello di Luca, che ha parlato del lungo lavoro di registrazione compiuto da quella voce più che ottuagenaria; e appariva visibilmente commosso. Poi vi è stato, organizzato dall’Associazione Amici della Biennale, l’“Omaggio a Eduardo” sul Canal Grande davanti a Palazzo Pisani Moretta, sulla cui scalinata il coro del Centro di Musica Antica di Padova, diretto da Livio Ricotti, ha cantato tre brani composti da Roberto De Simone e ispirati a quella che è forse la più tenera poesia del Nostro, “Vincenzo De Pretore”. Le voci recitanti erano quelle di Isa Danieli e di Virginio Villani. Noi eravamo sulle gondole degli invitati, che facevano platea sull’acqua. Un notturno veneziano al lume di fiaccole con dentro incastonata una vecchia lacrima napoletana. Era
suggestivo ma non so quanto le due cose stessero bene insieme.
 

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