Rassegna Stampa



 

 


 

RITORNO ALLE MARIONETTE:“Tragedie evitate e ballerine siriache”

 

LA SERA

 

3 maggio 1940


di Camilla Cederna

 

Su un minuscolo palcoscenico accadono svenimenti, ratti, riconoscimenti finali: tutto avviene in belle sale barocche o in boschi pieni di tenebra davanti a spettatori d’eccezione.

Intorno alla statua d’un pensoso signore molti bambini s’erano dati appuntamento ed arrivavano da ogni parte della piazzetta a passo di corsa così che le loro governanti ansimavano un poco. Una volta riuniti, sentimmo che dicevano sommessamente: “Finalmente è domenica!”. Oppure: “Senti come mi batte il cuore. Chissà che ridere. Chissà che paura.”; poi una ragazzina aggiunse: “E’ tardi, andiamo”, ma la sua mamma fece notare che mancavano ancora venti minuti all’inizio dello spettacolo, che smania di correre, se poi bisogna aspettare.

Allora un ricordo d’infanzia, lucido e preciso aleggiò fra di noi: anche noi, tanti anni fa, ci trovavamo con grande anticipo in Piazza Beccaria nel pomeriggio della domenica: la bambinaia ci accompagnava rotonda ed affannata, avevamo dei paltoncini di colore e dicevamo le stesse frasi udite poc'anzi, felici di passare una mattinata al Teatro Gerolamo. Strettamente legato alla nostra fanciullezza esso infatti rappresentava per noi il miraggio e il premio dopo settimane di bontà; a quei tempi ci pareva vastissimo, il palco un vero salotto, le marionette alte almeno come i nostri genitori. Da grandi non c’eravamo mai stati e probabilmente non ci avremmo più messo piede, se quella piccola folla felice non ci avesse restituita intatta la curiosità e l’emozione di una volta. Anche il programma era allettante, una commedia e un ballo in costume romano ci aspettavano, così silenziosamente entrammo insieme a una quantità di bambini.

Il teatro era già gaiamente stipato di bimbi: piccoli e grandetti, con rigide treccine o morbidi ciuffi sporgevano dai palchi, si alzavano sui sedili, salutandosi ed aspettando trepidi lo spettacolo, mentre sul sipario sorridevano altri visi paffuti per via d’un buon latte artificiale e Vostro figlio crescerà come un fiore era scritto in promettenti lettere grandi e azzurre. Nonostante un vago imbarazzo iniziale per trovarci così alti, parati d’ampi soprabiti e di leggere velette in mezzo a tanti coetanei dei nostri nipotini, riuscimmo poi a divertirci moltissimo e a seguire col fiato sospeso quanto accadeva sulla scena.

La commedia ci svelò che quella bella dama vestita di pizzo e scintillante di gioielli che assomigliava ad una nostra amica genovese non era Olimpia di Montalbano, come si credeva, bensì Chiara di Rosenberg, presunta assassina! E qui, mentre tutti tacevano impressionati (un nostro piccolo vicino soffocò un grido perché credeva d’aver ravvisato sua zia nel gruppo dei burattini traditori) e noi pensavamo che si sarebbe delineata una tragedia, entrò di colpo Gerolamo con quel buffo codino e le belle calze rosse: i suoi gesti e i suoi comici discorsi provocarono infinite risate a catena. Era invero il personaggio più buono ed equilibrato di tutti, malgrado la sua semplicità; capiva al volo le situazioni e, ficcando il naso negli affari dei suoi nobili signori, sempre li assestava con molto buon senso, tra una smorfia ed uno sgambetto, e che importava se parlava sgrammaticato?

Ci furono svenimenti, ratti, riconoscimenti finali in belle sale barocche o in boschi pieni di tenebra, poi uno sparo echeggiò nella sala (ai bimbi sembrò certo un colpo di cannone) e da ultimo il castigo si abbatté rapido sul malvagio. I gesti delle donne erano assai graziosi, qualcuna rimaneva per almeno un minuto con le braccia ad arco sopra il capo per testimoniare la meraviglia, un’altra si premeva le mani sul cuore sussultando, quasi tutte avevano lunghi ricciuti capelli e dolci occhi a mandorla, e come mirabilmente fremevano d’orrore, in loro strumenti; ogni tanto sorridevano perché incontravano qualche faccia nota. Ancora un nuovo silenzio improvviso, poi, dopo una marcia di introduzione in cui si distinse assai la tromba, il sipario si alzò sul circo massimo di Pompei. E un forte sospiro di ammirazione e sorpresa si levò dalla sala, nessuno davvero si aspettava uno spettacolo così bello.

Il circo era affollatissimo di soldati romani, di belle signore con reticelle di perle, di bimbi irrequieti in toga bianca, il sole splendeva e in mezzo all’arena un leone africano, in attesa della preda, dava balzi feroci ed orribili sguardi all’ingiro. Ma venne Decio che era un baldo centurione a trafiggerlo con estrema destrezza e venne un servo a trascinarlo via, tirandolo per la coda. A questo punto allora, Livia, una sottile Vestale coronò allora l’eroe, e dopo averlo guardato negli occhi, perdutamente se ne innamorò. Le ballerine siriache, tutte in bianco e argento, per festeggiare la vittoria, danzarono sulle punte, senza mai perdere il tempo: mirabile anzi fu un passo a due, durante il quale una d’esse riuscì con belle piroette a salire sulle spalle del compagno e a fare di lassù un ampio gesto di saluto al pubblico.

Seguì poi la premiazione ed il trionfo per le vie della città. Sfilarono i guerrieri lucenti d’elmi e corazze, i figli dei pompeiani, festanti, sventolavano fronde, i cavalli avanzavano a scrolloni, un po’ impauriti dalla gran folla. Decio sorrideva dalla biga infiorata e intorno c’era un delizioso scenario: Pompei gaia e soleggiata aveva ornato i suoi templi di festoni rossi e verdi, i balconi di fiori turchini, le finestre di tende color ruggine con frange. Sopra, un cielo bellissimo senza una nube.

Che contrasto col quadro seguente! Era questo il tempio delle Vestali, oscuro e profondo, ahimè gravissime cose erano accadute. Livia, bella e indolente e perdipiù distratta come tutti gli innamorati, aveva lasciato che il sacro fuoco si spegnesse e le sue compagne, benché il loro cuore dolesse, decisero com’era prescritto in simili casi, di seppellirla viva. La musica pianse desolatamente, il primo violino singhiozzava forte e Livia stava già per sparire sotto una grossa pietra, quando il cielo si squarciò, i lampi balenarono, il Vesuvio cominciò a sputar fuoco, e Decio, in mezzo a fumo e faville, arrivò a liberare la sua bella e a portarsela lontana, galoppando su un bianco cavallo. Le sacerdotesse svenivano a gruppi, la lava colava velocemente e tremendi rumori eccitavano il pubblico bambino, intanto la gente di Pompei scappava a gambe levate: i vecchi sulle spalle dei figli, le bestie tirate da contadini, gli amanti già lontani e in salvo. Sullo sfondo il Vesuvio continuava a fiammeggiare.

“Che bello, il leone sembrava vivo!” esclamò uno dei bimbi felici che si dirigevano all’uscita: “Il fuoco, il fuoco, che paura ho avuto!” rispondeva un altro pestando un poco i piedi.

Noi invece rimanemmo seduti ai nostri posti, insolitamente assorti e sereni finché il teatro fu quasi sgombro.    

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