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di Camilla Cederna
Su
un minuscolo palcoscenico accadono svenimenti, ratti,
riconoscimenti finali: tutto avviene in belle sale barocche o in
boschi pieni di tenebra davanti a spettatori d’eccezione.
Intorno
alla statua d’un pensoso signore molti bambini s’erano dati
appuntamento ed arrivavano da ogni parte della piazzetta a passo
di corsa così che le loro governanti ansimavano un poco. Una
volta riuniti, sentimmo che dicevano sommessamente:
“Finalmente è domenica!”. Oppure: “Senti come mi batte il
cuore. Chissà che ridere. Chissà che paura.”; poi una
ragazzina aggiunse: “E’ tardi, andiamo”, ma la sua mamma
fece notare che mancavano ancora venti minuti all’inizio dello
spettacolo, che smania di correre, se poi bisogna aspettare.
Allora
un ricordo d’infanzia, lucido e preciso aleggiò fra di noi:
anche noi, tanti anni fa, ci trovavamo con grande anticipo in
Piazza Beccaria nel pomeriggio della domenica: la bambinaia ci
accompagnava rotonda ed affannata, avevamo dei paltoncini di
colore e dicevamo le stesse frasi udite poc'anzi, felici di
passare una mattinata al Teatro Gerolamo. Strettamente legato
alla nostra fanciullezza esso infatti rappresentava per noi il
miraggio e il premio dopo settimane di bontà; a quei tempi ci
pareva vastissimo, il palco un vero salotto, le marionette alte
almeno come i nostri genitori. Da grandi non c’eravamo mai
stati e probabilmente non ci avremmo più messo piede, se quella
piccola folla felice non ci avesse restituita intatta la
curiosità e l’emozione di una volta. Anche il programma era
allettante, una commedia e un ballo in costume romano ci
aspettavano, così silenziosamente entrammo insieme a una
quantità di bambini.
Il
teatro era già gaiamente stipato di bimbi: piccoli e grandetti,
con rigide treccine o morbidi ciuffi sporgevano dai palchi, si
alzavano sui sedili, salutandosi ed aspettando trepidi lo
spettacolo, mentre sul sipario sorridevano altri visi paffuti
per via d’un buon latte artificiale e Vostro figlio crescerà
come un fiore era scritto in promettenti lettere grandi e
azzurre. Nonostante un vago imbarazzo iniziale per trovarci così
alti, parati d’ampi soprabiti e di leggere velette in mezzo a
tanti coetanei dei nostri nipotini, riuscimmo poi a divertirci
moltissimo e a seguire col fiato sospeso quanto accadeva sulla
scena.
La
commedia ci svelò che quella bella dama vestita di pizzo e
scintillante di gioielli che assomigliava ad una nostra amica
genovese non era Olimpia di Montalbano, come si credeva, bensì
Chiara di Rosenberg, presunta assassina! E qui, mentre tutti
tacevano impressionati (un nostro piccolo vicino soffocò un
grido perché credeva d’aver ravvisato sua zia nel gruppo dei
burattini traditori) e noi pensavamo che si sarebbe delineata
una tragedia, entrò di colpo Gerolamo con quel buffo codino e le
belle calze rosse: i suoi gesti e i suoi comici discorsi
provocarono infinite risate a catena. Era invero il personaggio
più buono ed equilibrato di tutti, malgrado la sua semplicità;
capiva al volo le situazioni e, ficcando il naso negli affari
dei suoi nobili signori, sempre li assestava con molto buon
senso, tra una smorfia ed uno sgambetto, e che importava se
parlava sgrammaticato?
Ci
furono svenimenti, ratti, riconoscimenti finali in belle sale
barocche o in boschi pieni di tenebra, poi uno sparo echeggiò
nella sala (ai bimbi sembrò certo un colpo di cannone) e da
ultimo il castigo si abbatté rapido sul malvagio. I gesti delle
donne erano assai graziosi, qualcuna rimaneva per almeno un
minuto con le braccia ad arco sopra il capo per testimoniare la
meraviglia, un’altra si premeva le mani sul cuore sussultando,
quasi tutte avevano lunghi ricciuti capelli e dolci occhi a
mandorla, e come mirabilmente fremevano d’orrore, in loro
strumenti; ogni tanto sorridevano perché incontravano qualche
faccia nota. Ancora un nuovo silenzio improvviso, poi, dopo una
marcia di introduzione in cui si distinse assai la tromba, il
sipario si alzò sul circo massimo di Pompei. E un forte sospiro
di ammirazione e sorpresa si levò dalla sala, nessuno davvero
si aspettava uno spettacolo così bello.
Il
circo era affollatissimo di soldati romani, di belle signore con
reticelle di perle, di bimbi irrequieti in toga bianca, il sole
splendeva e in mezzo all’arena un leone africano, in attesa
della preda, dava balzi feroci ed orribili sguardi all’ingiro.
Ma venne Decio che era un baldo centurione a trafiggerlo con
estrema destrezza e venne un servo a trascinarlo via, tirandolo
per la coda. A questo punto allora, Livia, una sottile Vestale
coronò allora l’eroe, e dopo averlo guardato negli occhi,
perdutamente se ne innamorò. Le ballerine siriache, tutte in
bianco e argento, per festeggiare la vittoria, danzarono sulle
punte, senza mai perdere il tempo: mirabile anzi fu un passo a
due, durante il quale una d’esse riuscì con belle piroette a
salire sulle spalle del compagno e a fare di lassù un ampio
gesto di saluto al pubblico.
Seguì
poi la premiazione ed il trionfo per le vie della città.
Sfilarono i guerrieri lucenti d’elmi e corazze, i figli dei
pompeiani, festanti, sventolavano fronde, i cavalli avanzavano a
scrolloni, un po’ impauriti dalla gran folla. Decio sorrideva
dalla biga infiorata e intorno c’era un delizioso scenario:
Pompei gaia e soleggiata aveva ornato i suoi templi di festoni
rossi e verdi, i balconi di fiori turchini, le finestre di tende
color ruggine con frange. Sopra, un cielo bellissimo senza una
nube.
Che
contrasto col quadro seguente! Era questo il tempio delle
Vestali, oscuro e profondo, ahimè gravissime cose erano
accadute. Livia, bella e indolente e perdipiù distratta come
tutti gli innamorati, aveva lasciato che il sacro fuoco si
spegnesse e le sue compagne, benché il loro cuore dolesse,
decisero com’era prescritto in simili casi, di seppellirla
viva. La musica pianse desolatamente, il primo violino
singhiozzava forte e Livia stava già per sparire sotto una
grossa pietra, quando il cielo si squarciò, i lampi balenarono,
il Vesuvio cominciò a sputar fuoco, e Decio, in mezzo a fumo e
faville, arrivò a liberare la sua bella e a portarsela lontana,
galoppando su un bianco cavallo. Le sacerdotesse svenivano a
gruppi, la lava colava velocemente e tremendi rumori eccitavano
il pubblico bambino, intanto la gente di Pompei scappava a gambe
levate: i vecchi sulle spalle dei figli, le bestie tirate da
contadini, gli amanti già lontani e in salvo. Sullo sfondo il
Vesuvio continuava a fiammeggiare.
“Che
bello, il leone sembrava vivo!” esclamò uno dei bimbi felici
che si dirigevano all’uscita: “Il fuoco, il fuoco, che paura
ho avuto!” rispondeva un altro pestando un poco i piedi.
Noi
invece rimanemmo seduti ai nostri posti, insolitamente assorti e
sereni finché il teatro fu quasi sgombro.
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