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di Renato Palazzi
Dopo
i trionfi verdiani del Trovatore e della divertentissima Aida a
‘lieto fine’, la Compagnia Carlo Colla e figli torna a un
genere di spettacolo che particolarmente le si addice con Shéhérazade
e Pétrushka, liberi adattamenti per marionette dei balletti
rispettivamente di Rimskij-Korsakov e di Stravinskij, realizzati
nel ’95 per il Berliner Festwochen e presentati allora solo
per poche repliche a Milano: l’occasione è ghiotta perché
queste pure azioni coreografiche, libere dalla sovrastruttura
del canto e dai lacci della parola, consentono di esprimere fino in
fondo il virtuosismo talento di chi muove le figure appese ai
fili, suscitando un’incantata freschezza di invenzione e un
susseguirsi di effetti prodigiosi senza pari.
Queste
caratteristiche sono già ben visibili nella prima parte del
dittico allestito al Teatro Studio e accompagnato dalle musiche
eseguite dal vivo nella trascrizione per pianoforte a quattro
mani, nella quale s’intrecciano due storie delle Mille e una
notte, quella del principe Calender per Shéhérazade, appunto,
e quella del marinaio Simbad, rinchiusi nello stesso carcere:
bellissima, in particolare, è la scena del naufragio di
quest’ultimo, con la piccola nave squassata dalle onde di un
mare di cartapesta, sopra il quale si addensano mobili sagome di
nuvole stilizzatissime, quasi da teatro orientale.
Densa
di una trasognata grazia poetica è l’immagine di Simbad che
affonda nelle profondità marine tra sirene e altre prodigiose
creature acquatiche, viene salvato dall’intervento del
guerriero di bronzo custode degli abissi e riportato in
superficie sul dorso di un enorme pescecane, che lo lascia su
una spiaggia dove è accolto da scimmie ballerine e voli di
gabbiani. E non meno spettacolari, anche se in qualche modo più
scontate, si rivelano le nozze imposte alla bella figlia del
Vizir con il Califfo Shariar, accompagnate
dall’immancabile corteo di dromedari, pappagalli issati su
elaborati trespoli, moretti danzanti.
Ma
il vero capolavoro della fantasia creativa di Eugenio Monti
Colla è la metafisica rappresentazione di Pétrushka, che dalle
solari atmosfere africane ci trasporta in una San Pietroburgo
gelida e invernale, fra edifici dalle toccanti finestrelle
illuminate sotto i fiocchi di una fiabesca nevicata. Nel
variopinto clima carnevalesco, gli attori di legno evocano le
irresistibili apparizioni dell’acrobata sui trampoli, del
giocoliere, del suonatore di organino con la sua scimmietta. Con
folgorante colpo di scena, tre matrioske si trasformano a vista
in altrettanti soldati. Straordinaria è l’impressione
suscitata da alcune figure in maschera, i cui volti fasulli,
paradossalmente, evocano più di qualunque altra cosa la
sensazione della vita.
Il
balletto di Stravinskij non si traduce tuttavia soltanto in un
sognante tableau vivent. Attingendo a fondo alle risorse offerte
dal suo strumento artistico, Monti Colla compone un labirintico
gioco di specchi, materializza un sorprendente teatro delle
marionette dentro il teatro delle marionette, con
marionettisti-marionettine che davanti alla folla muovo i fili
delle loro minuscole creature. La vicenda si compie, il vecchio
Ciarlatano raccoglie il corpicciuolo del suo pupazzo trafitto
dal Moro: i pezzi sparsi di marionette appesi alle pareti, torsi
senza testa, gambe staccate dal tronco, all’improvviso
sono scossi da una spettrale agitazione, fremono in un
sinistro moto di protesta.
E’
di fronte a simili livelli di complessità drammaturgica e di
consapevolezza espressiva che si trova una volta di più la
conferma non tanto del fatto che spettacoli di marionette così
concepiti non hanno proprio nulla di infantile, quanto della
aristocratica raffinatezza, dell’impareggiabile ricchezza
culturale che contraddistingue questa storica compagnia, un
patrimonio ancora sconosciuto a molti, e da molti sottovalutato,
poco considerato, non riconosciuto nel prestigio internazionale
che giustamente gli compete. Proposte come quella di Pétrushka
escono dall’ambito ristretto di una mera sapienza tecnica, per
quanto nobile essa sia, e assurgono alla sfera di un alto
magistero teatrale.
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